Il Cammino di Santiago viene spesso raccontato attraverso cattedrali, ponti, ospedali, strade lastricate e paesaggi. Ma c’è un’altra “infrastruttura” che spiega il fenomeno giacobeo: gli spazi funerari.

Lo confermano le fonti, lo conferma l’archeologia e lo sussurrano i luoghi: per secoli, percorrere il Cammino verso Santiago de Compostela significava esporsi a fatica, malattie, freddo e incidenti in contesti rurali o montani; e quando un pellegrino moriva — lungo il percorso o all’arrivo — la comunità locale e le istituzioni di accoglienza assumevano un obbligo materiale, spirituale e sociale: fornire una “degna sepoltura”.

Naturalmente, questo non trasforma il Cammino in una storia di tragedie, ma in una storia completa. I cimiteri e i “fosales” (atrio cimiteriale accanto alle chiese), gli ossari o carnari associati agli ospedali e, più tardi, i cimiteri extraurbani di epoca contemporanea (al di fuori dei templi e del centro urbano) fanno parte della stessa rete culturale che ha reso possibile il pellegrinaggio.

Per contestualizzare la storia generale del percorso e la sua evoluzione storica, nel blog di storia del Cammino di Santiago puoi consultare una sintesi ampia. Questo articolo pone l’attenzione su ciò che i cimiteri conservano: tracce di ospitalità, crisi sanitarie, cambiamenti nella mentalità sulla morte e, soprattutto, memoria.

 

Pellegrinaggio e morte: il ruolo di ospedali, chiese e simboli giacobei

La logica del Cammino medievale e moderno-primario era eminentemente pratica: bisognava mangiare, dormire, curarsi… e anche morire “bene”, nel senso cristiano e comunitario.

Gli ospedali non erano solo rifugi: erano parte di un sistema assistenziale e spirituale che includeva cappelle, confraternite e regole per assistere i viaggiatori malati. Quando arrivava la fine, la sepoltura non era un’aggiunta: faceva parte delle opere di misericordia che giustificavano e sostenevano l’istituzione ospedaliera.

Un esempio particolarmente eloquente è il “carnario” (ossario) collegato al complesso della Real Collegiata di Santa Maria di Roncisvalle. Negli studi archeologici e storici sugli inumati qui si sottolinea che, se il pellegrino moriva, era anche dovere dell’ospedale seppellirlo. Si cita espressamente “il carnario… nella cappella dello Spirito Santo” come esempio significativo di questa pratica.

Questa dimensione funeraria appare anche nell’archeologia urbana. A Jaca, lo scavo del cimitero medievale individuato in Plaza Biscós documenta un ampio numero di inumazioni e permette di descrivere con precisione rituali e tipologie: sepolture orientate, riutilizzo di tombe, ossari e sovrapposizioni accumulate nei secoli. In questo tipo di contesti, un elemento fornisce un indizio giacobeo molto concreto: la conchiglia del pellegrino, ritrovata in necropoli collegate al percorso.

Qui entra in gioco un principio utile per leggere i cimiteri del Cammino: il segno del pellegrino non si trova sempre in un monumento “spettacolare”, ma in piccole evidenze (un simbolo, un’orientazione, un’iscrizione, un oggetto). In Plaza Biscós si spiega che il “punto di riferimento del Cammino” e il flusso di persone straniere fanno parte del contesto che aiuta a comprendere lo spazio funerario.

A Compostela, gli studi storici individuano un cimitero specificamente collegato al pellegrinaggio — associato all’ospedale e a una cappella oggi scomparsa — dove la stessa topografia urbana ha finito per coprire e trasformare il luogo.

Come sfondo, è utile ricordare che il percorso non è un semplice itinerario lineare: è un paesaggio culturale formato da rotte e dal “patrimonio costruito” creato per rispondere ai bisogni dei pellegrini (chiese, ospedali, ostelli, ponti, ecc.). Questa stessa logica permette di considerare i cimiteri storici del Cammino come parte dell’infrastruttura che sosteneva il viaggio.

 

Dall’atrio ai cimiteri extraurbani: una trasformazione che coinvolge anche il Cammino

I cimiteri del Cammino non sono solo medievali. Infatti, molti di quelli più visibili oggi nelle città giacobee nascono da una trasformazione decisiva: il passaggio dalle sepolture in chiese o nei loro dintorni a quelle fuori dal nucleo urbano.

Nella Spagna dell’Illuminismo, la riforma funeraria fu legata a preoccupazioni igienico-sanitarie e a episodi critici. In uno studio sulle mentalità funerarie si spiega che un punto di svolta fu l’epidemia del 1781 a Pasajes, associata al “fetore insopportabile” di una parrocchia per accumulo di cadaveri. Di conseguenza, fu promulgata la Real Cedula del 3 aprile 1787 che ordinava di ristabilire l’uso di “cimiteri ventilati” fuori dai centri abitati.

Lo stesso studio sottolinea che la misura incontrò resistenze e che la sua efficacia fu disomogenea, richiedendo ulteriori interventi per consolidarla.

Perché è importante per il Cammino? Perché molte località giacobee — in particolare le città — riorganizzarono i propri spazi funerari nei secoli XIX e XX. Così, i pellegrini odierni si trovano davanti a cimiteri “moderni” (extraurbani) che, pur non essendo medievali, sono storici in senso patrimoniale: riflettono architettura funeraria, memoriali collettivi, quartieri di diverse confessioni e liste di personalità sepolte che raccontano la storia culturale e politica di ogni luogo.

Inoltre, questa “valorizzazione” del patrimonio funerario — i cimiteri come luoghi di memoria e anche come spazi urbani — è un fenomeno relativamente recente. Uno studio sul cimitero dei pellegrini di Compostela ricorda la nascita di associazioni dedicate al patrimonio funerario. Si menziona l’interesse accademico per integrare antichi cimiteri in parchi pubblici, come avvenuto con l’ex cimitero di Santiago incorporato nel Parco di Bonaval all’inizio degli anni ’90.

Sul Cammino convivono, quindi, almeno tre strati:

 

  • Cimiteri medievali o altomedievali (spesso archeologici, sotto piazze o accanto a cattedrali).

 

  • Fosales e cimiteri parrocchiali (accanto a chiese, con continuità storica).

 

  • Cimiteri extraurbani contemporanei (XIX-XX secolo), con vocazione municipale e patrimoniale.

 

Questa combinazione è proprio ciò che rende così ricca la lettura funeraria del Cammino.

 

Cimiteri e spazi funerari consigliati lungo le rotte giacobee

Questa sezione propone esempi con documentazione solida, distribuiti su varie rotte. Non pretende di elencarli tutti (sarebbe impossibile), ma di offrire una “mappa della memoria” che aiuti a capire come ogni itinerario lasci la propria impronta funeraria.

 

Cammino Francese

Nel Cammino Francese, il confine pirenaico concentra uno dei rapporti più diretti tra pellegrinaggio, rischio e sepoltura. All’inizio del percorso, si descrive come attraversare i Pirenei comportasse pericoli (tempeste di neve, animali, banditi) e come questa realtà abbia motivato la costruzione di un ospedale di accoglienza a Roncisvalle nel 1127.

Nel complesso, la cappella conosciuta anche come Silo di Carlo Magno viene interpretata come spazio funerario: lì si celebravano messe per i pellegrini defunti e vi era un ossario. La continuità della memoria è sottolineata dal fatto che il complesso funziona come cimitero municipale e della collegiata, ospitando resti collegati al Cammino.

Procedendo verso Estella-Lizarra, un altro caso significativo è la Chiesa di San Pedro de la Rúa. Durante il Medioevo, questo tempio fu utilizzato come cimitero per pellegrini e lì fu sepolto nel XIII secolo un vescovo proveniente da Patrasso che portava una reliquia di Sant’Andrea. È un esempio perfetto di come il percorso non generasse solo transito: generava anche memoria e “resti”, collegando geograficamente mondi molto lontani.

Se torniamo indietro e iniziamo in Aragona, il caso del “cimitero maggiore” di Jaca è fondamentale per comprendere il Cammino dall’archeologia. Lo studio sulla necropoli medievale associata a Plaza Biscós spiega che lo scavo ha identificato 877 inumazioni, rendendolo uno dei più grandi cimiteri medievali scavati in Aragona fino a quel momento. Viene inoltre dettagliata una tipologia strutturale delle tombe, l’importanza degli ossari e l’uniformità del rito cristiano all’interno di uno spazio riutilizzato per secoli.

Per chi percorre tappe riojane e castellane, può essere utile collocare il percorso come continuità territoriale, anche se gli esempi funerari più “diretti” (ospedali-ossari, cimiteri specifici per pellegrini) sono meno visibili a occhio nudo.

 

  • Se il punto di partenza è Logroño, la pianificazione della tappa può essere consultata nella via del Camino Francés da Logroño. Se invece l’inizio è Burgos, il riferimento equivalente è la via del Camino Francés da Burgos. In entrambi i tratti, la chiave interpretativa è ricordare che molti cimiteri “attuali” delle città nascono dal cambiamento storico verso recinti extramurali (secoli XVIII-XIX), una trasformazione che ha riorganizzato anche le città giacobee.

 

Camino del Norte

Tra le grandi tappe urbane del nord spicca il Cimitero di Ciriego, per la sua capacità di raccontare la transizione verso i cimiteri extramurali: la sua origine è esplicitamente collegata alla Real Cédula del 1787 e alle misure igienico-sanitarie che hanno promosso questi recinti fuori dalla città.

Nella sua cronologia si indica che fu progettato da Casimiro Pérez de la Riva nel 1881 e inaugurato il 3 settembre 1885. La stessa descrizione patrimoniale spiega la pianta a croce (per ragioni simboliche e funzionali) e gli sforzi successivi per inventariare e conservare mausolei e pantheon di interesse storico-artistico.

Il Camino del Norte offre esempi particolarmente chiari di cimiteri patrimoniali soprattutto nelle città costiere a partire dal confine galiziano. Se percorri la via del Camino del Norte da Gijón, l’itinerario entra da Ribadeo e arriva con segnaletica e riferimenti alla conchiglia del pellegrino.

 

Camino Primitivo

Il Camino Primitivo, considerato “la prima via di pellegrinaggio, la più antica”, collega Oviedo a Santiago ed è legato al viaggio di Alfonso II il Casto nel primo terzo del IX secolo. Molti dei suoi spazi funerari medievali oggi sono meno “visitabili” come cimiteri. Tuttavia, l’evidenza di sepolture associate alla cultura giacobea appare nell’archeologia tramite ritrovamenti come la conchiglia nei contesti cattedrali, inclusa la cattedrale di Oviedo.

 

Camino Portugués

Nel Camino Portugués, un luogo imprescindibile per comprendere il legame tra cimitero, letteratura e memoria è il Cimitero di Adina, vicino a Iria Flavia e Padrón. La documentazione turistica comunale indica che i terreni intorno al tempio sono stati utilizzati come luogo di sepoltura fin dai tempi antichi e che esistono reperti archeologici di epoca romana e sveva.

Sono presenti anche sarcofagi antropomorfi datati al VI secolo nell’atrio, cruceiros e ulivi secolari catalogati, e la sepoltura del premio Nobel Camilo José Cela.

Una lettura complementare, dal racconto giacobeo della tappa, sottolinea il “bellissimo cimitero… e gli antichissimi sepolcri che circondano il tempio”, evidenziandone l’importanza all’interno dello stesso cammino di pellegrinaggio. E, dalla memoria culturale, si ricorda che Rosalía de Castro aveva espresso il desiderio di essere sepolta lì, dove i suoi resti rimasero fino al trasferimento nel 1891 al Pantheon dei Galegos e Galegas Illustri, nel Convento di Santo Domingo de Bonaval.

In altre parole: un cimitero accanto al Cammino, ma anche un archivio emotivo della Galizia.

 

Camino Inglés

Nella città di A Coruña spicca il Cimitero Municipale di San Amaro. Inaugurato nel 1813 “dopo che un anno prima fossero stati proibiti i sepolcri nelle chiese e nei loro dintorni”, e dal 2013 fa parte della Rotta dei Cimiteri Europei, legata all’ASCE. È descritta la sua divisione in tre zone (religiosa, civile e britannica) e vengono elencate figure centrali della cultura e della politica galiziana sepolte lì, come Manuel Curros Enríquez, Eduardo Pondal o Wenceslao Fernández Flórez.

È, in sé, un “pantheon” contemporaneo di A Coruña, e un promemoria che il Cammino si collega anche alla storia civile.

 

Camino de Fisterra

In quel “capo del mondo” si trova il Cimitero civile di Fisterra, progettato da César Portela tra il 1997 e il 1999. Sebbene sia un’opera contemporanea, rimane rivelatrice: è concepita come una rete di sentieri sul promontorio, senza recinzioni, con il mare come sfondo, allontanandosi dall’idea di necropoli “murata”.

È stata documentata anche la riattivazione comunale dello spazio come colombario per urne cinerarie dopo anni di abbandono. In chiave giacobea, funziona come metafora moderna: il Cammino continua a produrre luoghi di memoria, anche oggi.

 

Il Cimitero degli Inglesi

Sebbene non appartenga propriamente al tracciato del Camino de Fisterra e Muxía, si trova molto vicino a quel grande territorio giacobeo atlantico della Costa da Morte. Può essere considerata una visita complementare per chi, una volta nella zona, voglia ampliare lo sguardo storico del viaggio.

Si trova nel comune di Camariñas, nella parrocchia di Xaviña, e la sua origine non è legata al pellegrinaggio medievale, ma a uno dei naufragi più ricordati della costa galiziana: quello della nave britannica The Serpent, affondata il 10 novembre 1890. È un recinto dove riposano i resti dei marinai annegati in quel sinistro e si segnala che fu il sacerdote di Xaviña a mobilitare la popolazione locale per dare loro sepoltura.

Il luogo è diventato uno dei cimiteri più singolari della Galizia. È un memoriale in pietra eretto dal naufragio del Serpent e sottolinea che è l’unico camposanto che accoglie esclusivamente vittime di naufragi.

Paesaggisticamente, la sua posizione spiega gran parte del suo impatto: si trova in un ambiente aperto e aspro, vicino alla baia di Trece e al Monte Branco, in una zona dove paesaggio, vento e memoria del mare formano quasi un unico racconto. Per questo, anche se non è un cimitero giacobeo in senso stretto, si inserisce bene in una lettura ampia del finale atlantico del Cammino: non parla di pellegrini deceduti, ma della storica relazione con la costa.

 

Come “leggere” un cimitero giacobeo: orientamento, simboli e tracce del viaggio

Oltre all’elenco dei luoghi specifici, ci sono chiavi comuni che aiutano a riconoscere cosa rende “giacobeo” un cimitero storico.

La prima è il rito cristiano dell’orientamento. Nel Cimitero Maggiore di Jaca si evidenzia esplicitamente che tutte le tombe osservate condividevano lo stesso orientamento, seguendo il rito di collocare la testa a occidente e i piedi a oriente; vengono inoltre descritte le posizioni del corpo e le varianti (ad esempio nella disposizione delle braccia). Questa regolarità è importante perché permette di identificare i cimiteri come spazi liturgici e comunitari, anche quando le strutture sono modeste.

La seconda chiave è la riutilizzazione e la densità storica. Sempre a Jaca si spiega che, a causa della massificazione e dell’uso prolungato dello stesso spazio, era comune la riutilizzazione delle strutture di sepoltura, con pacchetti secondari di ossa e sovrapposizioni accumulate nel corso dei secoli.

La terza è il simbolo del pellegrino. Il ritrovamento di conchiglie di vieira nelle necropoli lungo il percorso viene trattato come un modello documentato: vengono citati contesti diversi (da Roncisvalle fino agli ambienti cattedrali), e questa presenza materiale collega direttamente il defunto con il pellegrinaggio.

La quarta chiave è la relazione con ospedali e cappelle. Se il pellegrino moriva, l’ospedale doveva provvedere alla sepoltura, e il carnario di Roncisvalle è presentato come uno dei migliori esempi di questa opera di misericordia. In altre parole, il cimitero non è un luogo isolato: fa parte dell’ecosistema di accoglienza (ospedale-cappella-cimitero).

La quinta chiave è la trasformazione urbana e l’oblio. Il caso del cimitero dei pellegrini di Santiago è paradigmatico: esisteva almeno dal XII secolo, legato all’ospedale e a una cappella oggi scomparsa; nel XVI secolo passò sotto la gestione dell’Ospedale Reale e venne costruita una seconda cappella; nel XIX secolo le misure igieniche e la pressione urbana lo resero dimenticato; e nel 2009 fu realizzato un intervento paesaggistico promosso dall’Ufficio della Città Storica.

 

Conservazione, memoria e un’etica semplice per il visitatore

Visitare i cimiteri del Cammino non significa indulgere nel “macabro” o fare turismo morboso; se affrontato correttamente, può essere una forma di comprensione storica. Oggi esiste un movimento di valorizzazione del patrimonio funerario che promuove inventari, piani direttori e reti di conservazione.

A Ciriego si descrive un lavoro sistematico di catalogazione e protezione del patrimonio (inventario, schede, categorie di tutela) volto a preservare il valore storico-artistico dell’insieme. A San Amaro viene esplicitata la sua connessione con reti europee di cimiteri, che lo inquadrano come patrimonio culturale. E a Santiago, l’integrazione di un antico cimitero in un parco pubblico mostra come la città contemporanea gestisca memoria e uso urbano.

In termini pratici, l’etica del visitatore è semplice: silenzio, rispetto, non invadere spazi privati, non fotografare persone senza permesso e ricordare che molti cimiteri restano luoghi di lutto. Questo non limita la lettura storica; la migliora. Se il Cammino è, come ricorda l’UNESCO, una rete di patrimonio costruito e culturale creata per sostenere il pellegrinaggio, questi cimiteri fanno parte di quel medesimo lascito.

Alla fine, i cimiteri storici del Cammino ci restituiscono una verità poco “epica” e molto umana: il viaggio non sempre aveva un ritorno, e proprio per questo i luoghi di accoglienza — ospedali, chiese, città e villaggi — hanno imparato a prendersi cura anche di chi non arrivava.